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domenica 7 novembre 2010

Quel delinquente del wifi

E così ancora uno in più nella lista di chi perde occasioni per stare zitto. Al sottoscritto e a tantissimi altri si aggiunge adesso Grasso, il procuratore antimafia, che ha dichiarato come il wi-fi libero porterà a danneggiare indagini su pedofilia, mafia e terrorismo, impedendo addirittura il reperimento di oltre 16mila reati. Ora nessuno dubita di quello che lui dice, ma Grasso si dimentica, o forse non sa, che ci sono metodi di controllo diversi, e certamente anche più efficaci, del registrarsi con un documento. Dimentica, o forse non sa, che in paesi a maggior rischio del nostro (per esempio Gran Bretagna e Stati Uniti) il wi-fi libero esiste da anni e nonostante tutto sono paesi in cui il controllo sulla rete è enormemente maggiore che da noi, e non potrebbe essere altrimenti. Dimentica, o forse non sa, che, per assurdo, potrebbe essere addirittura più facile reperire reati con il wi-fi libero. Insomma una non-analisi densa di luoghi comuni e troppo semplicistica. In linea con la totale mancanza di cultura telematica presente in coloro che guidano il nostro paese.

venerdì 8 ottobre 2010

Spartizioni vincenti?

Ho letto questo interessante post, linkato da un mio amico di facebook. Non posso vantare credenziali analoghe a quelle dell'autore, ma se molte delle sue affermazioni le condivido, su altre invece nutro qualche dubbio, non perché non possano essere vere, quanto per la spiegazione che talvolta viene fornita. Vediamo.



"Cosi', una trentina di telco di dimensione nazionale nel mondo continueranno a spingere su Android, e considereranno Apple un male necessario. Di tutte le migliorie al servizio , al trasporto, allo sviluppo di applicativi, si terra' conto delle specifiche di comunicazione dei cellulari android, e se apple ha dei problemi, li fissera' a sue spese. Non divide la torta, ergo non si divide nulla con Apple."


Non ho dubbi che una telco, se vuole, può spingere in qualche modo il mercato verso una piattaforma piuttosto che un'altra. Ma davvero vuole? O, meglio, davvero lo vuole a scapito dei suoi interessi? Che sono, certo, anche legati alle opportunità che una piattaforma offre, ma non solo a quelli. E se Apple non consente determinate "personalizzazioni" alle Telco, quest'ultime sono in ogni caso vincolate a vendere abbonamenti, per cui se davvero nessuno domani offrisse "opportunità" ai possessori di iPhone, l'offrirle diventerebbe già di per sé un segno distintivo tale da sovrastare in termini di marketing qualsiasi altro interesse. E qualcuno inizierebbe pertanto ad offrirle. Questo ovviamente sempre ammesso che Apple continui a sfornare oggetti tali da mantenere l'attuale appeal sul pubblico. Insomma, a mio avviso a parole si dicono tante cose, ma alla fine è la telco che segue il mercato e non viceversa. Tanto è vero che la affermazione successiva per la quale gli effetti di tale politica delle telco si noterebbe già nel "sorpasso" di Android su iOS è a mio avviso quantomeno azzardata; a meno che il mercato italiano non sia una eccezione nel panorama mondiale, non mi pare si faccia molto per adesso per contrastare iOS, non fosse altro che per il semplice motivo che tutti i media offrono servizi per iOS e molto pochi offrono gli stessi per Android. Alle telco piacerà tanto Android, ma credo siano contente se uno si carica tutti i giorni Repubblica o il Corriere o tutte le settimane l'Espresso, cosa che gli utenti fanno solo con iOS, per ora. E se Android sorpassa iOS i motivi sono da ricercarsi casomai altrove (prezzi inferiori, per esempio, tanto che voglio vedere quanti Galaxy Tab vende Samsung se mantiene questi prezzi; e se ne vende qualcuno è perché non a caso si è gettata su una fascia dimensionale dell'oggetto ancora priva di concorrenza, non certo perché c'è Android o perché c'è Telecom)


E ancora.
"Questo produce sull' iPhone lo stesso effetto che avvenne all'epoca coi computer: dopo un dilagare iniziale dovuto all'interfaccia grafica piu' usabile, iniziano a volere tutti i soldi per se'. E questo permette a chi propone piattaforme piu' aperte ed incomplete di attirare investimenti , dal momento che si stima che vi sia spazio per fare soldi."


L'affermazione è vera. Ma è vera solo dopo che la piattaforma più aperta ed incompleta ha un suo mercato di significativa rilevanza. E come lo ottiene questo mercato, oggi? Perché è valida e completa, e tanto più è valida e completa quanto più è chiusa. Insomma se negli anni 80, agli albori dell'informatica di consumo, c'era sicuramente spazio per oggetti incompleti e pertanto il ragionamento fila, oggi non fila più perché oggi la gente è abituata alla qualità e non comprerebbe mai una piattaforma incompleta seppure aperta, ma preferisce di gran lunga una piattaforma chiusa purché essa sia completa, usabile e abbia applicazioni aggiuntive in gran quantità e dal prezzo accessibile. Lo dimostra del resto il fiasco totale - almeno attuale - di Windows Mobile, probabilmente la piattaforma per cellulari più aperta e incompleta esistente al momento. A qualcuno di voi interessa davvero a chi vanno a finire i soldi che spende? O, meglio, qualcuno di voi indirizza le scelte di acquisto in base al destinatario dei propri soldi, o piuttosto in base al tentativo di spendere per un oggetto completo e utilizzabile, indipendentemente da chi sia a vendervelo? 


E infine.
"Google ringrazia Nokia: immagino a fine anno faranno una donazione al fondo per i manager finlandesi diventati clochard."


Inizierei col dire che eventualmente i primi a ringraziare Nokia dovremmo essere noi e non Google. Ed in ogni caso il primo ad offrire le mappe gratuite è stato Google e non Nokia, e Nokia non ha fatto altro che cercare di reggere il mercato aggiungendo all'offerta la navigazione . Su iPhone ci sono da tempo mappe gratuite, e ci sarebbero state anche su Android. Che doveva fare Nokia? Pensare a salvare TomTom? Oppure offrire il plus della navigazione per recuperare clienti? E, ancora una volta, a chi interessano davvero le telco in questo contesto? Nokia, e Apple ma anche Samsung o HTC, devono vendere telefoni, non far fare abbonamenti alle telco.


Condivido invece in pieno tutto il discorso sulla banda larga, soprattutto quello sul digital divide. E mi rimane il rammarico di non aver potuto assaggiare il catering.

lunedì 4 ottobre 2010

Pronto helpdesk, con chi twitto?

Fino ad ieri eravamo abituati a chiamare i call center trovando spesso persone incompetenti o impotenti, raramente in grado di darti consigli su un problema, figuriamoci risolverlo. Adesso possiamo contattare un esiguo gruppo di queste stesse persone attraverso i social network: facebook, twitter, friendfeed. Tu scrivi un messaggio, loro ti rispondono. Funziona? Forse.
L'utente ha un vantaggio, che è quello di dare tempo all'interlocutore di cercare da qualche parte o da qualcuno più bravo di lui la soluzione al problema. Certo lo svantaggio è che l'utente deve aspettare. Magari anche un'ora, per ricevere una risposta, o almeno un invito ad un direct messaging. Ma almeno la risposta, una decente risposta, ha una probabilità decisamente più alta di arrivare. L'operatore del call center, invece, ha il vantaggio che eventuali lamentele del cliente sono scritte e non urlate, il che spesso è per lui (o lei) preferibile. E' pur vero che l'opzione flirting con il cliente inviperito è in questo caso quasi del tutto fuori discussione: non ci sono voci suadenti che tengano o profferte di convenientissime soluzioni alternative quando usi la tastiera.
Dando una sbirciatina su twitter mi pare che per adesso il servizio di Telecom sia molto poco usato, il che certamente aiuta la sua riuscita. Se e quando ci saranno online un numero di chiamate analogo a quelle telefoniche, credo che il vantaggio di non sentire la frase resti in linea per non perdere la priorità acquisita sia inferiore a quello di scrivere un messaggio nel vuoto del ciberspazio e chiedersi se mai sia esso arrivato a destinazione o sia stato fagocitato da qualche router sulla via o più facilmente perso nel mucchio di byte sullo schermo dell'operatore. 
E l'azienda? Beh, l'azienda ci mette davvero la faccia. Come operazione trasparenza è innegabilmente efficace, ma non so quanto ritorno pubblicitario ci sia dal mettere in piazza tutti i disservizi dei clienti. Senza contare che, così come quasi tutti sono capaci di scrivere - in forma anonima soprattutto - messaggi erotici sul web mentre non tutti  hanno lo stesso coraggio nel chiamare una chat line telefonica, anche in questo caso ogni forma di inibizione del cliente, spesso spinto da lunghe attese sia prima che durante la conversazione, ad evitare di perder tempo a chiamare, viene perduta. E in assenza di possibilità di moderazione potremmo leggerne delle belle.

venerdì 1 ottobre 2010

Wi-Fi free or expensive 3G?

Su L'Espresso di oggi in una breve intervista Franco Bernabè, amministratore delegato di Telecom, si schiera apertamente a favore del decreto Pisanu che, rendendo di fatto quasi impossibile installare un hot-spot wifi, dal 2005 tiene l'Italia tra i paesi più arretrati nella connettività internet open air, stupefacendo ogni anno migliaia di turisti che si vedono chiedere un documento per poter accedere alla rete con il proprio dispositivo mobile. Ammetto che nella mia ingenuità pensavo che il mantenimento anno dopo anno del decreto Pisanu fosse solo una ennesima prova della incompetenza e arretratezza culturale della nostra classe politica, ma in effetti non avevo pensato a quello che ormai da anni maggiormente provoca leggi e decreti: il potere delle lobby.Le case editrici impediscono l'uscita di ebook sullo store di Apple o di altri vendor, le compagnie telefoniche vedono ovviamente di buon occhio (anche se Bernabè dice di non entrarci niente) la pesante limitazione negli accessi wi-fi, che costringono chi vuole connettività all'aperto a rivolgersi a loro, pagando a caro, carissimo prezzo un servizio ogni giorno più scarso in termini di velocità e affidabilità. Ormai siamo tutti assuefatti a queste ingerenze, e i politici hanno vita facile nelle imporcele. Il 31 dicembre ri-scade il decreto Pisanu, che dal 2005, appunto, viene regolarmente prorogato. Che succederà questa volta? L'avvento sempre più massiccio di dispositivi smartphone, tablet, netbook, servirà finalmente ad impedire questo ennesimo scempio? Di certo le compagnie telefoniche vedranno proprio in questo diffondersi di dispositivi una gallina dalle uova d'oro. Riusciranno i nostri eroi ad impedirlo? Vediamo se la mobilitazione, partita in qualche modo oggi da L'Espresso, sarà questa volta più convinta. Per quello che potrà servire.

giovedì 30 settembre 2010

Tre schiaffi al telematico buon senso

Lascia un po' esterefatti che la Francia abbia approvato definitivamente una norma di legge la cui discussione è iniziata tre anni fa. La famosa legge dei 3 schiaffi, prevede avvisi via mail e raccomandata a chi scarica illegalmente musica e film da internet (non è chiaro se anche il software) con, al terzo schiaffo, la sospensione da un mese ad un anno del servizio internet (pur continuandolo a pagare, tra l'altro). Lascia esterefatti soprattutto per la totale incompetenza in materia. Non solo l'identificazione precisa del presunto violatore non è sempre certa, ma la certezza che il file scaricato sia illegale è praticamente impossibile. Così come impossibile è che, una volta partita la legge, chi veramente è pirata non trovi sistemi per aggirarla, alcuni dei quali un poco più complessi (tipo VPN o comunque traffico criptato o mascheramento IP con utilizzo di anonimyzer), alcuni assolutamente banali come quello di usare per scaricare uno dei numerosi collegamenti wi-fi gratuiti e anonimi (mica siamo in Italia!!) che esistono in Francia. Chi sarà quindi preso nelle maglie della rete non sarà altro che un pesce molto molto piccolo, come il ragazzino che si scarica il brano da discoteca che mai e poi mai avrebbe comprato con la sua paghetta settimanale. E ad andarci di mezzo saranno i genitori.
Lascia esterefatti ancora di più che in tre anni di discussioni non si sia capito che internet è incontrollabile per definizione.
Ma adesso qualcuno non venga a dire "visto? la Francia è peggio di noi!". Beh, no... La verità è che noi una legge cosi' non ce le abbiamo non perché i nostri politici siano illuminati, ma perché non hanno idea di cosa sia internet, e tra case a Montecarlo, società off-shore, escort, compravendita di voti e litigi, litigi, litigi, ma dove lo trovano il tempo per impararlo? E cosi' da noi chi la fa l'antipirateria? La FiMi. Come se mi mettessi io a fare le multe ai motorini che mi parcheggiano sotto casa nei posti riservati alle auto. Magari.

mercoledì 29 settembre 2010

Ma sette pollici è meglio di dieci?


Oggi, grazie a Samsung, ho avuto modo di provare il Galaxy Tab. Non ho ovviamente ancora avuto modo di testarlo a sufficienza per poter darne un giudizio tecnico degno di nota, o per fare un raffronto con l'iPad, anche se volendo essere pragmatici alla fine scopriremo che alla prossima realease di hardware o di sistema operativo Galaxy e iPad saranno praticamente equivalenti. Se tralasciamo ovviamente l'integrazione nel mondo aziendale, per la quale temo entrambi abbiano ancora un po' da lavorare - sempre che a loro interessi davvero - e sulla quale potrebbero davvero distinguersi.
Vorrei pertanto qui concentrarmi sulla vera unica e incolmabile differenza, che esula peraltro da marca/modello, degli oggetti; su quello che era il mio dubbio principale: e cioè la dimensione dello schermo. Ma sette pollici sono davvero meglio di dieci? La riposta è scontata: dipende. Dipende dall'utilizzo che se ne pensa di fare, dipende da cosa ci si aspetta. Sette pollici sono sufficienti per leggerci un libro, non sono sufficienti a leggerci un giornale (devi per forza usare il pinch). Sette pollici vanno bene per portarsi l'oggetto nella giacca, non vanno bene per visualizzare (ed usare con una certa fluidità operativa) un desktop remoto. Insomma, i miei dubbi restano. Il settepollici è un oggetto ibrido suscettibile di diverse interpretazioni in dipendenza da lato da cui lo si guarda. E' un piccolo (e comodissimo) tablet o uno scomodo cellulare troppo grande? Consente, con un solo acquisto ed un solo oggetto da trasportare, di avere cellulare e tablet, oppure devi comunque avere con te sempre due oggetti? E se vale la prima, è abbastanza piccolo da risultare comodo in ogni occasione come lo è un cellulare? E se vale la seconda è abbastanza grande da consentire un utilizzo davvero diverso da quello di un cellulare touch?

Non so ancora rispondere, e in ogni caso la mia risposta sarebbe probabilmente diversa dalla vostra.
Posso solo dire che, a mio avviso , questo tipo di oggetti hanno la loro massima espressione sul divano di casa, in una stanza di albergo o in aereoporto, mentre non te li porteresti mai allo stadio o in palestra, a correre o in giro per negozi, dove invece non fai mai a meno di un cellulare, meglio se avanzato. Con questa premessa, quindi, mi chiedo se davvero serva a qualcosa risparmiare tre etti di peso (che in una valigia o zainetto non hanno alcun tipo di effetto e tantomeno sul divano di casa) penalizzando in modo secondo me significativo il display.

Ma non tutti sono daccordo. E lo dimostra il fatto che anche Blackberry se ne esce con un settepollici e la stessa Apple ha in cantiere un iPad nano (o iPod giga?).

Solo il mercato ci dirà chi ha visto più lontano.




mercoledì 22 settembre 2010

Libertà di pensiero. Purchè breve.

420 caratteri. Questa è la lunghezza massima del pensiero secondo Mark Zuckerberg. Del resto il pensiero globale ormai lo si misura in Terabyte, e siccome lo storage è limitato (noi italiani ne sappiamo qualcosa) e siamo un bel po'  nel mondo, più di tanto non possiamo consentirne. Ed è bene quindi pensare breve. Sarà per questo che hanno messo la Gelmini alla pubblica istruzione? È anche interessante come su Facebook si rispecchi perfettamente lo stile contemporaneo secondo il quale uno fa una breve affermazione e tutti gli altri possono vomitare fiumi di parole senza limiti per commentarla, a dimostrazione che il pensiero deve essere limitato ma i rompicoglioni possono imperversare.
Jack Dorsey invece ti limita a 140 caratteri, meno di un SMS. Ma almeno ha il buon cuore di non scrivere "A cosa stai pensando?", esteriorizzando la domanda con un "What's happening?". E che vuoi che succeda? Fortunatamente non succede mai niente...
A parte piccole cose che stanno tranquillamente in 140 caratteri, come A Firenze rischia di chiudere la Biblioteca Nazionale.

domenica 19 settembre 2010

iPad spaziale


Lo ammetto. Quando Steve Jobs annunciò al mondo che avrebbe prodotto uno strano oggetto che era troppo grande per essere un iPod e troppo iPod per essere un netbook, il mio scetticismo era forte. Insomma, va bene che il capitano Kirk della Enterprise lo usava regolarmente, ma un'astronave con tanto di equipaggio era un accessorio un po' costoso. L'iPad era un oggetto spaziale non identificato. E, diciamocelo, di cui proprio non se ne sentiva la mancanza. Quando poi è uscito ho pensato che era bello, sì. Bello ma senza neppure una porta USB. Ma come si fà?
Poi diciamo che mi è capitato tra le mani, l'ho usato qualche giorno, poi l'ho lasciato, poi l'ho ripreso e ho iniziato ad usarlo con maggior consapevolezza fino a che...
Sembra assurdo che io sia riuscito, quando avevo 20 anni, ad uscire, vedere gente, fissare appuntamenti, viaggiare, perdermi e poi ritrovarmi senza avere a disposizione un telefono cellulare.
Sembra assurdo anche che io mi chieda, come possa, oggi, fare a meno di questo oggetto spaziale che si chiama iPad, dal quale ho scritto e postato queste righe.




 
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